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Il lupo sotto l’albero

Qualche mese fa, riporta Massimo Gramellini sul quotidiano nazionale “La Stampa” alcuni dipendenti della catena dei grandi magazzini Zara hanno denunciato diversi problemi di convivenza con i facchini di origine mediorientale: uno di loro si sarebbe rifiutato di stringere la mano al suo capo, in quanto donna. È un fatto di cronaca verificabile.
Attenzione, in queste poche righe di riflessione sui terribili fatti di Parigi, parto volontariamente da un esempio che rappresenta un punto molto avanzato del ragionamento e sarà necessario fare qualche passo indietro.
Ho atteso molto, prima di scrivere queste righe: un po’ per prudenza nel valutare l’evoluzione delle cose, un po’ per rigetto verso la miriade di opinioni disinformate, talvolta ignoranti nel senso etimologico del termine, che molti hanno sentito il bisogno di esternare nei giorni seguenti agli attentati. Il fatto che la modernità abbia dato a tutti i mezzi per dire qualcosa, non equivale al fatto che tutti abbiano qualcosa da dire. Tanto più senza avere conoscenze minime sull’argomento (che peraltro è abbastanza complesso). Di un bel tacer non fu mai detto, ricordano di tanto in tanto i nostri anziani: un consiglio che sento di fare mio.
Tuttavia, la funzione che ho assunto pro tempore in questa Comunità mi obbliga a esprimere qualche considerazione sui recenti e sanguinosi accadimenti.
La prima reazione che ho avuto è stata doverosa, per quanto egoistica se considerata in uno scenario più vasto e drammatico: verificare che i cittadini molinellesi momentaneamente a Parigi stessero bene. La maggior parte sono ragazzi e ragazze, studenti in Erasmus, magari alloggiati non tanto distanti dai luoghi ove si sono consumati i fatti.
La mattina dopo, per qualche ora, ho pensato semplicemente a questo: “riportiamoli a casa”. Stavo riflettendo sull’opportunità di annullare gli avvenimenti ufficiali della giornata, tra le altre cose. Dopo pochi minuti ho pensato sarebbe stata una sconfitta sia la prima che la seconda ipotesi.
Churchill, che fu un gigante dell’Occidente, fece tappezzare di manifesti i muri della Londra bombardata dai nazisti che recavano la scritta “mantieni la calma e vai avanti”.
E qui c’è una prima considerazione: noi non dobbiamo modificare il nostro stile di vita. Sarebbe la prima di una lunga serie di sconfitte.
C’è una guerra in Medioriente. È molti anni che viene combattuta: non è semplicemente un conflitto tra occidente e oriente. In questo momento, la follia jihadista dell’IS (altrimenti chiamato Daesh, oppure ISIS) sta combattendo una guerra per il predominio territoriale in quei territori. Attenzione: la sta combattendo soprattutto contro altri popoli egualmente di origine mediorientale ed egualmente di matrice islamica.
La domanda allora sorge spontanea: perché gli attentati?
Quelli sono il segnale che questi gruppi terroristici ci mandano per dire che dalla questione mediorientale noi dobbiamo starne fuori. Sono sanguinosi avvertimenti.
Possiamo davvero starne fuori? Non credo. Se non vogliamo che la macchia jihadista si allarghi a dismisura, consegnando ai nostri figli la guerra che noi ci siamo rifiutati di combattere, dobbiamo intervenire. A chi credete rivolgerà le sue attenzioni l’IS, il giorno che avrà pieno controllo dell’area mediorientale?
Il problema non è se intervenire, ma sul come. Il Presidente degli Stati Uniti ha colto più di altri la difficoltà: “Alcuni suggeriscono che dovremmo mandare molti soldati in Siria (…) Non è solo il mio punto di vista, ma anche il punto di vista dei miei consiglieri militari e civili, che sarebbe un errore. Non perché il nostro esercito non sarebbe in grado di conquistare Mosul, Raqqa o Romadi e liberarle momentaneamente dall’IS, ma perché nel tempo i terroristi tornerebbero, a meno che non siamo pronti a metter in piedi un’occupazione militare permanente di questi paesi”.
In realtà qualcuno a cui far presidiare quei territori ci sarebbe: si chiama Bashar al-Assad ed è il dittatore che governa la Siria: il paese in questo momento maggiormente esposto al conflitto in cui l’IS è avanzato nelle zone desertiche orientali siriane. C’è un problema però: Paolo Mieli dalle colonne del Corriere ci ricorda che Assad negli ultimi anni ha ucciso più di 200.000 persone. Gli Stati Uniti lo vorrebbero destituire, la Russia lo considera un suo prezioso alleato. Molto della lotta al’IS passa dalla stabilizzazione geopolitica degli stati in Medioriente: Siria inclusa. E d’un tratto scopriamo che la politica estera è una tavolozza che ha decine di sfumature di un colore solo: il grigio. Non ci sono certezze.
Qualcuno a questo punto potrebbe affermare che è in corso un conflitto tra popoli mediorientali, peraltro della stessa religione. E potrebbe ricavarne che la religione non sia così centrale nello sviluppare un ragionamento sul tema.
Un errore da penna blu, quella che si usa per gli errori di logica, a mio parere. La religione diventa per noi una questione centrale.
L’instabilità geopolitica crea flussi migratori, non è difficile immaginarlo (chi non scapperebbe dalla guerra?). Il problema è che i flussi migratori si inseriscono in un sistema paese con un’identità e delle connotazioni precise. Una storia, una tradizione, delle abitudini.
È chiaramente cialtroneria pensare di chiudere permanentemente le frontiere, ma è egualmente sbagliato pensare di non avere un problema: ci deve essere una “terza via” tra il “buonismo” ingenuo e un po’ sprovveduto di chi ritiene che solo agitando la parola “integrazione” questa da sola si compia (senza fare le dovute considerazioni che l’integrazione costa, eccome se costa, sia in termini culturali che economici) e il “cretinismo” barbaro di chi tra le urla belluine pensa che tutti i musulmani siano terroristi.
Questa “terza via” deve però chiedere una cosa, a chi arriva nel nostro paese con altre usanze, con altri costumi, con altre concezioni. Anzi, la deve pretendere. E qui torniamo alla considerazione fatta all’inizio dell’articolo.
Questa comunità, quella italiana e quella molinellese, ha il diritto/dovere di pretendere l’adesione ad un sistema valoriale basato sulle libertà individuali, tutte le libertà individuali. Si possono avere opinioni varie sulle fiaccolate e i cartelli con scritto “Not in my name” in riferimento agli attentati di Parigi. Per carità, sono cose giuste e anche gradite.
Ma da sole, semplicemente, non bastano.
Non basta prendere le distanze dall’IS: il percorso con cui ci si deve approcciare al nostro sistema di valori richiede un pegno d’onore forte.
E cioè l’impegno, sia nelle intenzioni sia nei fatti, che la Costituzione della Repubblica Italiana venga, per tutti, prima di qualsiasi testo religioso.
E che quando il tuo capo è una donna, tu le devi stringere la mano.